BARATILI (di Marmilla),
villaggio della Sardegna,
nella provincia di Isili, distretto di Barùmini, tappa (uffizio
d’insinuazione) di Masullas. Comprendevasi nel dipartimento della
Marmilla del giudicato di Arborea.
Le abitazioni sono situate parte su d’una piccola
eminenza esposta a tutti i venti, parte in una concavità
o valletta, che è una vera palude, nè vi entra altro
vento che il ponente-maestro, e tramontana. La nebbia
vi è in tutte le stagioni, la quale se in tempo di siccità
è proficua ai seminati, è per lo contrario assai nociva
quando siano in fiore o in latte. Nell’assenza del sole
si patisce un dannoso freddumido, nelle giornate d’inverno
un freddo penetrante, d’estate un calor cocente.
Non è luogo molto soggetto a’ fenomeni elettrici.
Il numero delle case è di circa 20, delle famiglie
altrettanto, delle anime 112.
Le strade sono anguste, mal tracciate, e sempre
immonde, non esclusa la principale, che essi denominano Muristèni.
Le ordinarie malattie sono le febbri periodiche e
perniciose, e l’infiammazione ai visceri, che dicesi
cagionata dall’umidità del clima, e dalle acque limacciose
che bevonsi. Anche sotto il tetto nel riposo della
notte soffrir si deve quella tanta umidità e freddo, però
che le misere cadenti casupole mal riparano gli abitatori.
Si potrebbe ovviare a questo incomodo, potrebbesi
ovviare anche a quello delle acque, che trovansi
salubri non molto lungi presso Nuraji Candèu, sebbene
miglior partito saria di trapiantare la popolazione
in sito migliore. Fa veramente meraviglia vedere
dove gli antichi abbiano voluto porre l’abitazione,
lasciati i luoghi più sani e comodi.
È dura cosa trattenersi nella considerazione di
questo popolo poco felice, ma giova dimostrarne la
condizione. Mentre nella maniera del vestire non differiscono
da quella degli altri comuni della Marmilla, se ne distinguono con panni più ruvidi, succidi, e laceri.
In occasione di allegrezza fanno tonar l’aria di
festivi clamori, abbandonansi notte e giorno ai balli,
e la sobrietà manca affatto. Sono insensibili in eventi
luttuosi, forse perchè la loro vita è un perpetuo penare.
Innumerevoli sono i pregiudizi che qui regnano,
vi sono ammesse molte superstizioni, e queste si propagano
mancando l’istruzione. Chi osasse lavorare
nella solennità della titolare, sarebbe infallibilmente
inghiottito vivo dalla terra, e si raccontano seriamente
degli esempli.
In tutto il paese sono solamente quattro rozzi e
malconci telai, in cui le donne fabbricano alcune canne
di tela grossolana, che non bastano al bisogno.
La chiesa parrocchiale è sotto l’invocazione di s.
Margherita martire, che credesi sarda, in cui onore
si celebrano due feste: la prima addì 22 maggio, l’altra
a’ 10 luglio. Governasi da un prete che ha il titolo
di vicario, o vice-parroco, e che è amovibile a volontà
del vescovo, o del canonico che ne gode la prebenda.
Il cimitero è all’intorno della chiesa.
La superficie del Baratilese si calcola di 5 miglia
quadrate, in cui si potrebbero seminare circa 800 starelli.
L’agricoltura fra questi paesani è men conosciuta
che in altri paesi del dipartimento.
Il monte di soccorso era dotato di starelli di grano
250 (litr. 9840), e di lire 179 (lire nuove 343.68). I
terreni bassi, quando si desse, come è agevole, scolo
alle acque che vi si fermano negli inverni piovosi, sarebbero
attissimi al frumento, granone, fave, e civaje:
gli alti sono molto adattati all’orzo, alle viti, ai mandorli, ecc.
Si suole seminare annualmente di grano starelli 300,
d’orzo 100, di fave 10, di ceci 12, e meno di granone
e lenticchie, in totale starelli 430 (litr. 21150). Qui
apparisce l’efficacia dell’arte nella produzione dei frutti.
Le stesse terre in parità completa di circostanze, che
coltivate dai Baratilesi danno, come è ordinario quando
regolari procedono le stagioni, il 10 per uno, sotto
uno straniero più diligente agricoltore rendono il 20.
Nelle vigne si veggono sette varietà di uve tra bianche,
nere, e rosse. La qualità dei vini è pochissimo
pregiata per la pessima manipolazione del mosto, e per
non scernersi l’uve secondo che usano i più esperti.
La quantità non oltrepassa li 2500 litri o pinte, che
appena basta sino al dicembre ai proprietari.
Gli alberi fruttiferi, tra ulivi, mandorli, melograni,
sorbi, sono 80. Coltivansi in un sol sito cipolle, pomidoro,
cavoli, e cardi; in vari luoghi zucche e poponi.
Non si raccoglie più d’un cantaro di lino (chil. 40,65).
Verso ponente-maestro sorge il terreno in varie
colline; dalla più eminente, che appellasi Monte-majore,
veggonsi da 21 popolazioni.
Il totale degli animali che nutronsi, buoi da lavoro,
cavalli, giumenti, e pecore, non supera i 150 capi.
Poche case han pollajo.
Il formaggio non è più di 10 cantara (chil. 406). Il
latte, prima di essere coagulato, si sgrassa col pane, e
poi si vende fresco ai paesani di Baressa e Turri. Le
pecore sono soggette ad una specie di tisi, che si crede
cagionata dalle acque corrotte, a cui si dissetano.
Alla distanza d’un quarto d’ora dal paese, nel sito
detto Cilijìa, sorge il ruscello dello stesso nome, che
dirigendosi verso ponente dopo il breve corso di
mezz’ora infondesi in quello che i Turresi chiamano Santàrbara. L’altro ruscello, che bagna queste terre,
dicesi Sadùru, nasce come il Santàrbara dalla Giàra, e
va ad unirsi con esso (Vedi Turri). Sono di pericoloso
guado, perchè scorrono in un canale fangoso. Vi si
trovano delle grasse e saporite anguille.
Il comune giace fra questi due rivoli, avendo il
primo a tramontana, il secondo all’austro, sulle rive
del quale veggonsi alcuni pioppi, cosa osservabile in
queste regioni, dove la vegetazione degli alberi pare
negata dalla natura, quando per lo contrario è impedita
dall’uomo, che mentre non si cura di piantarne,
sterpa, appena sorgon pochi palmi, quelli che vengono
naturalmente. Ambo questi ruscelli straripano
cagionando gravi danni ai seminati.
È distante questo paese da Turri mezz’ora; da Ussana-manna 3/4; da Baressa poco più di 1/4; da Gonnos-
noo un’ora e 1/4; da Sini e da Genùri 3/4; da Isili,
capo-luogo di provincia, ore 7 e mezzo; dalla capitale
ore 15. Le strade sono tortuose, ed in istagioni piovose
con somma difficoltà vi possono passare i carri.
Verso maestro-tramontana a distanza di 1/4 veggonsi
le rovine del norache Candèu, presso il quale
erompe un fonte, le cui acque sono riputate le migliori
delle regioni d’intorno.
Presso alla sorgente del Cilijìa veggonsi le fondamenta
d’un antico fabbricato diviso in 25 parti, non
più lunga ciascuna di metri 2,50, con uno di larghezza.
Vi ha chi creda essere stati antichi bagni.
Questo comune è incorporato con la Marmilla al
feudo di Quirra. Per le prestazioni feudali vedi Marmilla.
La curia risiede in Ussana-manna con giurisdizione
sopra gli undici paesi che compongono il dipartimento.